L'Uomo senza Nome

1.

Quella notte l’uomo senza nome si svegliò di soprassalto e si accorse di non sapere più chi fosse. Si guardò intorno, ma non ricordava di essere mai stato prima in quel posto. L’orologio analogico sulla parete di fronte a lui segnava le quattro e un quarto del mattino. Rimase alcuni minuti scrutando intorno, immobile. Mentre i suoi occhi si sforzavano di mettere a fuoco, lentamente emergevano dal buio una poltrona chiara, una porta semiaperta, un basso tavolino di vetro, una scrivania ingombra. Il mobilio elegante di un qualche albergo a quattro o forse cinque stelle.

Ad un tratto avvertì una presenza, un frusciare sommesso vicino a lui. C’era una donna al suo fianco, a letto con lui. I bagliori al neon che filtravano attraverso le tende leggere illuminavano il profilo vellutato delle sue spalle e dei suoi fianchi scoperti. L’uomo senza nome avrebbe voluto spostare la ciocca di capelli neri e arruffati che le coprivano il volto per guardarla, ma non lo fece. Sapeva già, in realtà, che il viso di quella donna non poteva aiutarlo a ricordare chi fosse.

Si alzò e andò alla scrivania facendo frusciare la moquette sotto i piedi nudi. Il piano di vetro della scrivania era ingombro di bottiglie di Champagne di contrabbando mezzo vuote e notò tracce di cocaina in un piattino dorato. Se non altro se l’era spassata quella notte, pensò, ed era un vero peccato che non ricordasse più nulla. Aprì un cassetto e prese la carta da lettera. «Delano Hotel, Collins Avenue, South Beach, Miami» recitava l’intestazione. Miami, si disse. Era ancora a Miami.

Andò alla finestra e scostò appena la tenda per guardare in strada. I profili regolari dei bassi palazzi Art Déco che si affacciavano su Collins Avenue sortirono l’effetto per il quale erano stati disegnati, trasmettendogli una sensazione di tranquillità e di relax. Percepì appena il vociare confuso della vita che scorreva incessante nelle notti di Miami Beach, i clacson sordi delle limousine nel traffico congestionato, le strida delle prostitute cubane che sciamavano instancabili come nugoli di api operaie tra un club e l’altro.

Sentì ancora un fruscio alle sue spalle. “Mmm… tesoro?” Una voce morbida. Una voce fatta per sedurre. Ed eccitare.

“Continua a dormire,” rispose seccamente l’uomo senza nome. Poi si spostò di fronte allo specchio, ma la faccia che vide riflessa non gli diceva niente. Si toccò il viso come se fosse una maschera di gomma e si domandò quando avesse fatto l’ultima plastica e, soprattutto, perché.