1 - La farfalla ignorante

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Nessun viaggio è troppo lungo se uno trova quello che cerca! L’ho sentito dire, ma io arrivo con le stesse domande di quando sono partita. Luoghi, posti, fogli di giornale, una certa maturità; è stato un viaggio diverso, distratto, pieno di meraviglia e dolore. Mi sono nutrita di quel che vedevo, sperando di arrivare a qualcosa. Ma la mia destinazione finale era anche il mio punto di partenza.

Tornando indietro sembra tutto diverso, nell’apparenza, nel sapore, nell’aria. Sono sola e ferita in tutti i modi possibili.

Il ritmo delle mie emozioni gioca parallelo al mio cuore e lo fa battere violento. La paura e la leggerezza mi hanno spinta, vagabonda senza meta. «Ora che ne sarà di me?», ho trascinato la mia anima verso qualcosa d’immenso; piango solo perché quel viaggio ha avuto una fine. 

Ho mille ore addosso, mille ore sulle spalle, volevo riavere un pezzo della mia vita, volevo cambiare la mia vita, ma devo accettare le cose così come sono, così come sono diventate. Ho dato solo una scossa alla realtà perché mi sembrava troppo ferma. Sono partita, per capire i miei sogni e le mie ossessioni, per far ordine ai misteri come a ogni stella del cielo. Sono andata a caccia di me.

Il vento si muove e diventa luce. Mi mangio le unghie e osservo fuori dal finestrino; case, alberi s’impastano tra loro in una lunga striscia senza fine. Quei colori mi solleticano; agli altri passeggeri non scatenano invece l’effetto che provocano in me. Assaggio da sola il paradiso.

La crescente velocità, crea una forma di silenzio devastato; dopo l’ultima fermata non c’è più nulla, il treno è costretto a fermarsi per non finire in mare. Con un salto io evito il predellino, mi guardo attorno, investita da un’aria bruciata che mi entra in bocca e fin dentro lo stomaco.

Le massicciate sono gremite di anonimi senza testa; superficiali individui con gli stessi diavoli addosso. Passano come sabbia e spariscono come polvere nel vento, oppressi e appena coinvolti da discussioni grandi quanto inutili, nel senso che ognuno rimaneva della propria opinione, ognuno prendeva la propria strada.

“Addio Silvia, addio a com’ero”. Io ho perso una parte di me stessa, un grammo di carne che la luce non riesce più a illuminare. La testa mi scoppia sempre di più; sbatto gli occhi che lacrimano sangue.

Non riesco ad allontanarmi troppo dalla ferrovia e l’occhio mi cade su di un corpo senza testa; si allontana e sembra voler essere inseguito. Potrebbe essere un venditore di lacrime, un ladro di risate, un creatore di fulmini, il disegnatore del cielo, un pescatore di nuvole o chi vende leccalecca salati; mi piace inventare lavori che non esistono e abbinarli alle persone che non conosco. Sento così di conoscerli meglio. Invece è solo un bambino. Si muove sui binari lucenti, corre incontro a un treno con l’ombelico di fuori. Un fenomeno di luci e ombre che certo mi riguarda, non so cosa potesse significare ma ho il fiato corto dallo spavento.