1 - La riga

LA RIGA

 

Signor Cecchetti…

La signora Elvira bussò lievemente alla porta della camera del signor Cecchetti, chiamandolo.

 

La signora Elvira era la padrona di casa e, in un periodo come quello - era l’immediato dopoguerra - era costretta, per poter tirare avanti, ad affittare alcune stanze della sua grande casa ormai vuota.

Il marito, il signor Ambrogio - o per meglio dire il capitano Savieri - era morto. Ucciso dai nazisti, come tanti altri, a Cefalonia, e la povera signora Elvira, ormai vedova, si ingegnava in ogni modo per sbarcare il lunario.

Il signor Cecchetti era commesso viaggiatore. Nel Paese l’economia stava pian piano ripartendo e si percepiva nell’aria una ritrovata voglia di vivere. E così si era messo a girare con il suo carico di profumi e belletti; una merce che gli era sembrata quasi un simbolo di quella rinnovata vitalità, e quando veniva in città, alloggiava sempre dalla signora Elvira.

Era un bell’uomo, alto, biondo, con grandi occhi azzurri, e la signora Elvira era tutt’altro che indifferente  al suo fascino, per altro mai ostentato.

Ogni volta che riceveva il telegramma del suo arrivo, infatti, veniva colta da una particolare emozione. Una sorta di formicolio, o meglio… no, un brivido. Sì, forse sarebbe meglio dire un brivido. Leggeva e rileggeva quelle poche righe… arriverò il giorno 20, prego riservarmi la solita stanza. Ossequi Emilio Cecchetti.

E la sua mano correva quasi automaticamente al seno – prego riservarmi – prima sulla stoffa del suo leggero vestitino da casa – la solita – poi si intrufolava sotto la stoffa – stanza – e andava a stuzzicare la parte inferiore del capezzolo sinistro.

Emilio emilio emilio… Un calore, che la coglieva quasi impreparata, le saliva pian piano dai reni, fino a quel gesto, fino a quel capezzolo ormai turgido e un po’ dolente. Emilio emilio emilio… Le gambe le si stringevano come in un languido spasmo e lei cadeva in ginocchio, incapace di reggere il dolce peso di quella missiva.

Le era successo anche l’ultima volta, e lei, le gambe ancora incerte, aveva riposto con gli altri anche quell’ultimo messaggio. Poi si era portata stancamente fino alla vasca per un bagno ristoratore, aromatizzato all’ essenza di gelsomino che proprio lui le aveva regalato.

Era gentile, il signor Cecchetti, a volte anche qualcosa di più, ma a lei sembrava non riuscisse a capire quello che veramente provava per lui.

Tornata in camera da letto, fece cadere l’accappatoio e si guardò allo specchio. Di fronte, poi di fianco, poi da dietro. Notò che le sue natiche mostravano i segni del tempo. Se le portò su con le dita più e più volte sbuffando un po’; e così fece con i seni, che però sentì sufficientemente sodi.