La casa di Kioko

Il cielo ancora rischiarato da una lieve luce soffusa prometteva una notte limpida e lunga, molto lunga... Ma era ciò che la sua vita era diventata ormai, una notte infinita passata ad aggirarsi per le strade tra le persone ignare che una creatura soprannaturale attraversasse loro il cammino...

Sebbene la notte fosse alle porte un fiume di gente affollava le strade sterrate della cittadina di provincia. Kimoni dai mille colori e dai tessuti pregiati la sfioravano appena, diretti in questa e quella casa del tè. Un vecchietto che trainava il suo risciò le tagliava la strada, la schiena piegata in avanti e le braccia tese dietro intente a portare una giovane Geisha e la sua madrina al debutto in società. Sorrise osservandoli allontanarsi, un tale spreco di forze per una vita che ancora ignoravano stava già decadendo.

I fumi dalle case del Sakè si riversavano in strada, portando odori che un tempo allettavano la sua gola e stimolavano le sue passioni. Ma ora tutto intorno a lei odorava di sangue e sensazioni, era ciò che in quella notte la spingeva tra gli umani, quella sera il suo cuore sarebbe stato scaldato per qualche breve istante...

Il suono implacabile delle risate attirò la sua attenzione. Da  una piccola casa del Tè sulla sua destra fuoriuscivano musica e risate, e l'odore dolcastro del sangue misto all'alcol del sakè allettò il suo palato. Gli occhi si soffermarono sull'insegna ben pulita dai colori stinti che ne indicava il nome: Casa di Kioko... Senza rendersene conto entrò scostando lievemente le tendine che dal basso soffitto cadevano verso il basso, nascondendo l'interno del locale invitando i passanti con il loro moto ondulatorio.

Una donna di mezza età l'accolse con il riguardo che il caso richiedeva. Il volto tirato dalla stanchezza e dalla vecchiaia le sorrise apertamente rivelando una fila di denti storti e poco curati. I capelli bianchi le ricadevano appena sulle spalle curve tenuti da un fermaglio ormai vecchio come la sua padrona...

L'odore del suo sangue giunse alle sue narici come una ventata di vento fresco e la investì con la consapevolezza che la poveretta non avrebbe visto la fine dell'inverno.

Con movimenti aggraziati ma irrigiditi dalla malattia le indicò un tavolo e poco dopo le porse una tazza del suo miglior tè. Dopo averla ringraziata con un filo di voce, e le rivolse un inchino di cortesia. Gli occhi si posarno sulla tazza che lentamente afferrò. Era ancora fumante e il suo tepore per un istante le si irradiò per tutto il corpo facendola crogiolare in quel calore così piacevole. Attorno a lei le giovani coppie si sorridevano maliziosamente, le ragazze conducevano un gioco antico dove facevano assaggiare in un fievole tocco le loro virtù, ritraendosi poco dopo con fare timido e restio. La luce soffusa del locale lo rendeva simile ad un sogno dal quale i frequentatori non volevano svegliarsi...


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