Prologo ( prima parte )

C’erano poche auto in giro, a quell'ora della notte, anzi quasi nessuna. La strada, che costeggiava le piste di atterraggio dell'aeroporto Leonardo da Vinci, sembrava sospesa in una specie di letargo. L'atmosfera in Viale Coccia di Morto era simile a quella di quei vecchi film thriller parapsicologici degli anni cinquanta o sessanta; da un momento all'altro ti aspettavi di vedere sbucare dalle nebbie l'Olandese Volante. Dal galeone fantasma, proveniente da chissà quale strappo spaziotemporale, i fantasmi dei marinai avrebbero cantato a squarciagola l'Inno dell'Antico Marinaio mentre ti sparavano addosso pezzi di piombo con i loro rumorosi e letali archibugi. Oppure ti auguravi di non incontrare qualche Zombie che faceva l'autostop e t’invitava a cena a casa sua... forse saresti stato tu la portata principale !
Anche l'attività dell'aeroporto era minima, il tempo pessimo non aiutava le manovre di atterraggio e decollo degli aeroplani, però il personale della sorveglianza era stranamente in grande attività.
Lungo tutto il perimetro, aldilà della rete metallica che lo delimitava, c'erano automobili della sorveglianza aeroportuale con i lampeggianti accesi, stava sicuramente accadendo qualcosa d’inusuale. Le squadre di sicurezza dell'aeroporto presidiavano tutta la zona e parevano interessate a qualsiasi automobile viaggiasse lungo il tragitto che portava dal comune di Fiumicino a Focene, percorrendo Viale Coccia di Morto.
Il freddo era pungente, d'altronde andare in giro alle due di notte, in pieno inverno, non era sicuramente divertente. Il sistema di riscaldamento di quella vecchia utilitaria giapponese era guasto, l'umidità faceva appannare il parabrezza, obbligando il conducente ad asciugarlo costantemente con uno straccio asciutto.
“Maledetta condensa, maledetta macchina ! Meno male che almeno lo stereo funziona ancora !”
La sua unica compagnia era la musica, ma non sopportava le stazioni radio che trasmettevano esclusivamente musica Italiana o brani commerciali internazionali, roba che gli faceva l'effetto del fumo negli occhi.
Non amava la musica troppo sdolcinata e nemmeno il falso rock di alcuni famosi musicisti Italiani. Il pop poi...non lo sopportava, lo considerava un genere musicale creato in un supermercato, fatto per fare soldi, in poche parole.
Le sue peggiori idiosincrasie affioravano quando ascoltava, per sbaglio ovviamente, qualche “Boy Band” o “Girl Band”, macchine per fare soldi costruite a tavolino che con la musica, la vera musica, avevano veramente poco a che fare.
Massimo Petrucci, detto Max dagli amici, preferiva la musica rock, ne era un vero cultore. Amava quella musica che ti sferza di ondate di adrenalina, per lui era più efficace del caffè, anche se vista l'ora tarda e la temperatura gelida, forse un buon cappuccino caldo sarebbe stato molto apprezzato.
“Spero proprio che questa sia la volta buona, non potrei sopportare un altro buco nell'acqua. “
Cercando al contempo di mantenere il controllo del veicolo sulla strada viscida e bagnata, sostituiva un CD che era oramai arrivato al termine dell'ultimo brano, con uno tutto nuovo, che gli aveva regalato un suo amico musicista. Era roba forte, Heavy Metal allo stato puro, condito con sfumature elettroniche e progressive.
”Mica male...”
Il primo brano era iniziato da pochi secondi e lui sembrava assaporarlo come si fa con un buon bicchiere di vino.
Sulla copertina dell'album, illuminata a fatica dalla luce dei lampioni che filtrava attraverso il parabrezza bagnato, poteva leggere a malapena il nome del musicista:
QUANTUM ILLUSION
L'ombra in movimento dei tergicristalli, che si proiettava sulla plastica lucida della custodia del CD, lo richiamava a concentrarsi sulla guida mentre ripensava agli eventi che lo avevano portato fin lì.
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Era circa mezzanotte e quarantasei quando il telefono cominciò a squillare; Max aveva preso sonno da poco e si trovava in uno stato di profondo rilassamento. Malauguratamente aveva dimenticato di spegnere il telefono cellulare e quel fracasso inaspettato lo fece sobbalzare dal letto.
«Ma chi cavolo è a quest'ora ?Grazie mille mi hai rovinato il sonno !»
Max raccolse con rabbia il telefono poggiato sulla scrivania, maledicendo l'ennesima nottata che avrebbe passato in bianco e senza nemmeno controllare il numero del mittente rispose alla chiamata, dopotutto poteva essere una cosa importante.
«Pronto ! Chi mi cerca a quest'ora ?»
Una voce rauca e dal forte accento Romanesco domandò: «Pronto ? Parlo col signor Petrucci ?»
«Si, sono Io, mi dica, chi è lei ?»
«Senta...Io stò qua, a Fiumicino ! Sò appena tornato da una battuta de pesca e ho visto qualcosa nel cielo, dalle parti de Focene, o Fregene...si insomma ! Da quella parte !»
«...Scusi, ma non ho capito bene, mi ha chiamato per dirmi cosa ?»
«Si avemo visto un...come lo chiamate voi...un UFO che atterrava nei boschi, tra Focene e Fregene. Ho chiamato a Polizia, i Carabinieri e i Vigili der Foco ma a loro non interessa stà roba quà ! Allora l'amico mio m'ha detto de chiamà uno de voi, che studiate ste cose. »
«Ha visto un Ufo atterrare nei boschi tra Fregene e Focene...interessante. Che forma aveva ?E mi dica, Lei come ha fatto ad avere il mio numero ?Scusi se lo chiedo. »
«St'amico mio...Arnaldo. C'ha una rivista, un giornale che parla de Ufo, e ha trovato il suo numero nella cosa...delle segnalazioni ! E com’è fatto ? Era una luce, fortissima e colorata de Rosso...»
Intanto una voce in secondo piano diceva : «Ma che Rosso ! Era Rubicondo !»
«Era Rosso, l'amico mio qui dice che era Rubicondo ma pè me era Rosso !»
«La Rubrica delle segnalazioni, si è vero ora ricordo !»
“E' vero...ho pubblicato il mio numero per ricevere segnalazioni di avvistamenti di Ufo...quale errore imperdonabile !”
 «Senta ! Lei ! Deve venì a vedè sta cosa, c'è un Ufo laggiù ! Venga a dà un'occhiata, noi qua c'avemo paura !»
«Va bene, signor...“pescatore”...le credo, verrò a dare un'occhiata, ora mi vesto e vado a vedere. »
«Vabbè ! Grazie è ? Me scusi de averla disturbata ma l'amico mio, qui, c'ha nà paura ! Abita da quelle parti e nun vole tornà a casa perché dice che stanno a girà dei tipi strani. Lui è esperto, dice che so i Mèn in Blècche !»
Max sorrise divertito, la tipica parlata Romanesca era uno spasso, specialmente quando l'inflessione dialettale comprendeva il tentativo di pronunciare parole straniere.
«Men in Black ! Si dice Men in Black ! Va bene ! Dica al suo amico che non deve aver paura, vada a casa a dormire, ci penso io a verificare questa cosa, grazie per avermi avvertito !»
Dopo aver chiuso la comunicazione Petrucci si assicurò di aver spento il cellulare, poi lo ripose sul tavolo e si diresse a letto.
“Tutte a me capitano...”
Mentre si apprestava a coricarsi nuovamente, un piccolo tarlo, un pensiero insistente cominciava a frullargli nella testa.
“...e...se fosse vero ? Se avessero veramente assistito a un Ufo Crash ? Ma no, impossibile ! Quelli non sarebbero capaci di distinguere una stella da un aeroplano in atterraggio ! Avranno bevuto tropo vino stanotte. “
Max si era disteso nel letto, poi tentennò di nuovo, si rialzò.
“Impossibile ? Anche a Roswell hanno pensato che fosse impossibile quando Brazel denunciò di aver visto i rottami di un Ufo, lo accusarono di aver inventato tutto. ”
Max allora scattò come una molla e cominciò a vestirsi di fretta e furia.
“Devo essere proprio disperato per credere ciecamente a una telefonata anonima ricevuta nel cuore della notte !”
Invece di mandare a quel paese il pescatore e ritornare a crogiolarsi beatamente nel mondo dei sogni, Max si era fidato di quella voce nervosa e agitata, aveva preso la notizia sul serio.
D'altronde non aveva nulla da perdere, vista la pessima situazione economica in cui si trovava.
Vendere i suoi articoli di carattere ufologico alle riviste specializzate non avrebbe mai risolto i suoi problemi finanziari. Aveva bisogno di qualcosa di grosso, uno scoop, un'esclusiva che avrebbe lasciato il segno nella storia dell'ufologia moderna. Recentemente aveva anche partecipato a una trasmissione televisiva dedicata ai misteri, una bella soddisfazione, anche finanziaria, ma che non aveva risolto la sua condizione di lavoratore molto precario.
Ultimamente stava anche scrivendo un libro, un resoconto dettagliato di tutte le sue ricerche, le sue scoperte e le sue avventure vissute in varie parti del mondo, sempre alla ricerca della prova definitiva che avrebbe mostrato al mondo la veridicità delle teorie sull'esistenza di forme di vita provenienti da altri mondi che visiterebbero, da epoche remotissime, il pianeta terra.
L'intento di Max non era mosso esclusivamente dalla ricerca della fama o della ricchezza, anzi voleva a tutti i costi contribuire a smascherare quel maledetto Cover-Up. Un insabbiamento d’informazioni, relative all'esistenza di vita su altri pianeti, che i governi più potenti della terra mantenevano attivo da almeno cento anni.
Max sapeva bene che la storia Umana, così come la conosciamo, era stata adattata a uno schema di credenze creato per mantenere la popolazione all'oscuro della verità. Ciò che Max voleva era smuovere le acque fino a creare un'onda di marea, un nuovo movimento Illuministico che avrebbe ripreso gli ideali persi alla fine del diciottesimo secolo quando la civiltà industriale accantonò valori quali la verità e l'uguaglianza per sostituirli con i valori del denaro, del petrolio e del dominio politico-finanziario.
Vestitosi in fretta e furia sgattaiolò fuori di casa alla spicciolata ma appena uscì dal portone del condominio si accorse che aveva dimenticato le chiavi dell’auto e il suo zainetto contenente tutta l’attrezzatura necessaria in questi casi. Inoltre fuori pioveva a dirotto e gli serviva l’impermeabile.
Non ci mise molto a rientrare in casa, raccogliere tutto ciò che mancava creando un po’ di trambusto e andare il più velocemente possibile alla macchina.
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La piccola utilitaria gialla viaggiava sulla strada viscida, bagnata da una pioggia fredda e fastidiosa, tipica di quel periodo. La musica, a tutto volume, aiutava Max a esorcizzare le sue paure.
Si rendeva conto che era solo, se veramente un Ufo era atterrato o precipitato in quella zona, nessuno lo avrebbe aiutato in caso di pericolo o di estrema necessità. Radiazioni sconosciute, agenti governativi ostili; chi poteva dire cosa avrebbe incontrato quella notte ? Ma “Chi non risica non rosica”, come si suole dire in queste situazioni. Già perché non era la prima volta che si trovava in una situazione del genere.
Ricordava come se fosse ieri quando, diversi anni prima, era andato a tastare il polso ai contractors che si occupavano della sorveglianza armata della famigerata Area 51, a Groom Lake nello stato del Nevada, vicino a Las Vegas.
In quell'occasione aveva rischiato grosso e l'unico risultato che aveva ottenuto, a parte qualche foto ritraente oggetti volanti luminosi solcare i cieli dello stato del Nevada, era stato un documento ufficiale in cui veniva “pregato” di non mettere più piede negli Stati Uniti o sarebbe stato denunciato per atti terroristici contro installazioni militari. Documento che gli fece avere non pochi problemi anche con il ministero degli esteri Italiano, insomma aveva dato fastidio a un bel po’ di gente.
E pensare che voleva anche andare a dare un'occhiata alla misteriosa e inquietante base segreta di Dulce, nel New Mexico, descritta con dovizia di particolari nel documento intitolato The Dulce Book che qualche anno prima aveva fatto scalpore negli ambienti ufologici di tutto il mondo; ma oramai per lui l'America era off-limits.
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Dopo aver percorso Via delle Idrovore di Fiumicino, Max svoltò a sinistra su Viale di Porto, direzione Fregene; in quel momento si accorse di quanto sarebbe stato difficile trovare il luogo di atterraggio del presunto velivolo spaziale.
La zona era interamente coperta da alta vegetazione composta da boscaglia e arbusti, la cosiddetta Macchia Mediterranea era un groviglio di Pini e cespugli di varia natura e genere; un bel casino. La pioggia incessante e la foschia, inoltre, abbassavano molto il livello di visibilità; soltanto un miracolo avrebbe condotto Max nel posto giusto, se mai esisteva veramente.
Nel profondo del suo animo covava il sospetto che si fosse trattato di uno scherzo, una bufala architettata da qualche buontempone aiutato da qualche gruppetto di detrattori delle tematiche ufologiche, e lui ci era cascato con tutte le scarpe ! Chissà ora quante risate si stavano facendo quei due mattacchioni che avevano deciso di far passare una nottata in bianco allo sprovveduto Max !
Quasi a confermare i suoi sospetti, era già un quarto d'ora che girava nella zona, senza vedere nulla di strano. Viale di Porto, Viale della Pineta, Viale dei Collettori; girovagare di notte nelle vie limitrofe di Fregene alla ricerca di qualcosa, non si sa bene poi cosa, era impresa da folli.
Ogni venti metri una strada sterrata si diramava nella vegetazione; boscaglia, casali abbandonati e terreni agricoli erano ovunque.
La speranza di Max era di incontrare attività insolita, auto della polizia o dei vigili del fuoco, curiosi giunti sul posto per vedere gli E. T. ecc. ma nulla di tutto ciò era in vista, nulla. Era una notte come tutte le altre.
La potenza e l'intensità del temporale mettevano i brividi, i fulmini squarciavano il cielo come se fossero le armi di qualche divinità mitologica in collera col mondo intero. Max stava quasi per rinunciare e tornarsene a casa.
“...l'ennesima mega bufala, sarebbe stato meglio rimanere a dormire !”
A un tratto però scorse delle luci molto forti, provenire da una zona disabitata, lì sulla sinistra, nella boscaglia, vicino a quel capannone abbandonato.