Premessa

Non so perché scrivo questa storia. Non è interessante né eclatante, non ha particolari strani o scabrosi. È la storia della vita di una persona comune, come ce ne sono tante. Presenta solo qualche affinità con la vita di altri che poi sono diventati delle rock star.

Qualche esempio? Da piccolo ero piuttosto introverso e taciturno. La mia famiglia non era particolarmente benestante, o meglio, con un padre musicista, si passava da periodi di grande agiatezza nei quali si comperava di tutto, ricordo di macchine fotografiche Hasselblad o Rolleiflex, con le quali mio padre mi faceva giocare nonostante avessi solo 6 o 7 anni, a periodi stringatissimi dove mi veniva negato persino un gelato. I miei si separarono quando avevo circa 7 anni. La prima chitarra, vecchissima, era stata di mio nonno, morto prima che io nascessi. Mi affascinava la musica di gruppi di altri paesi - leggasi Inghilterra -, come i Beatles e i Rolling Stones, che erano affascinati, a loro volta, dalla musica dei vari blues men o rockers americani. Tra questi c’era Elvis, il cui merito, fra i tanti, è stato quello di essere il primo cantante bianco a capire la potenzialità del Rock & Roll, fino ad allora musica di cantanti, musicisti e compositori esclusivamente neri.

Tornando a me, non ho finito il liceo per andare, a 17 anni, a suonare col mio gruppo in un paese straniero, come i Beatles in Germania. Tornato in Italia, ho lavorato nelle sale di incisione con altri musicisti, registrando basi per diversi cantanti.

C’era un solo problema: la mancanza completa di talento musicale, sebbene fossi figlio di un musicista di professione, diplomato in violino e tromba al conservatorio di Milano, e non solo. Tutti i miei parenti erano musicisti dotati: zio trombettista da parte di padre, altro zio batterista e cantante da parte di madre, nonno sarto ma chitarrista amatoriale. Mio nonno tutte le mattine si alzava alle 6,30, e nel laboratorio, che era il retro del negozio di merceria gestito da mia nonna, preparava le stoffe tagliate per i lavoranti che sarebbero arrivati per cucire gli abiti verso le 8,30/9,00; ma ogni sabato sera, sulla sua bicicletta, con la chitarra in spalla (quella che poi avrei ereditato io), spariva facendo il giro, si suppone, di tutte le osterie raggiungibili a distanza di pedale, e ricompariva la domenica mattina molto tardi, con i postumi della sbornia; a quel punto, se ne andava a dormire fino a pomeriggio inoltrato. Ciò suscitava l’ira di mia nonna, che non gli rivolgeva la parola fino al mercoledì, giorno più, giorno meno. Succedeva immancabilmente tutte le settimane.

In che modo è successo che mi appassionassi alla musica fino a volerne diventare artefice, invece di limitarmi ad ascoltarla? Nello stesso modo, io credo, in cui vi si sono appassionati tanti altri ragazzi, nei primi anni ’60.


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