La farfalla ignorante

La farfalla ignorante

Silvio Morante

La farfalla ignorante Silvio Morante “Tra il reale e l'irreale c'è una porta: quella porta siamo noi… se si riuscisse a udire l'urlo di una farfalla significherebbe aver raggiunto un determinato stato di superiorità spirituale...nato proprio dal superamento di certi limiti tradizionalmente umani”. Jim Morrison. Il vento di oggi mi ha spinto verso il vecchio quartiere, che è cambiato, non è rimasto identico a quando ero piccolo. Io ho accettato la paura e questa resa dovrebbe farmi sentire più grande, invece mi spinge in uno stato appiccicoso. Ancora ricordo tutto, dagli odori di polvere alle nostre voci, alle nostre abitudini. Il mio quartiere, nonostante le guerre e i problemi del mondo, non cambiava mai o almeno si correggeva senza che qualcuno se ne accorgesse. La vera città era staccata e abitavamo in una terra vergine in cui era completamente abolita una lingua pura o l’uso di alte espressioni. I muri erano i nostri campi di battaglia. Muti, incorniciati di sangue in cui appariva sempre un solito nome ripetuto e maltrattato. Noi giocavamo a biglie, erano ancora ignoti i passatempi elettronici. Lei abitava al terzo piano dell’unico palazzo semi-elegante, senza topi a mordicchiarsi nelle cantine. Le finestre di quella casa erano cerchiate da curve continue, mattoni in rilievo e rossastri. Di mattina si ascoltava sempre la carica di una nota canzone: “Per Elisa”. Le vecchie dicevano in coro: «E ora comincia a suonare», infastidite e obbligate a essere d’accordo. Il quartiere la chiamava Meri, sui muri quel nome era scritto senza alcun tono forestiero e con un punto a dividerlo in due parti. A volte l’ho trovato anche con un’asticella obliqua, come ad allungare la pronuncia della e o della erre. Però era solita nascondersi e oltre il nome si sapeva poco. Niente età, niente passato, non si sapeva di chi fosse figlia e che ci facesse proprio là, io almeno non l’ho mai saputo e assaggiai l’errore di un popolo. Fissavo di continuo quel terzo piano, dove sembrava non entrare e uscire mai nessuno. Una volta però mi pare di aver visto la sua ombra nella sera calma. La bambina del quarto piano si lamentava del caldo e corposo biberon mentre la vecchia del secondo terminava tranquilla il mormorio del suo rosario. Sul piccolo balcone, rimasi attaccato alla ringhiera. Mi parve attraente, anche se non avevo visto che un’ombra sapevo che non poteva essere brutta. Di giorno suonava soltanto per me quella musica dolcissima, che i più non riuscivano a digerire. Parole velenose, gas asfissianti si descrivevano come stolte immagini vere. Noi dovevamo restare alla larga ma nessuno invero ci aveva detto niente. Io cercavo di rimanere il più accanto possibile alle sue sopraelevate finestre volteggiando in quella melodia di piano a coda. Il quartiere era ogni giorno investito dalla musica, da mani che si muovevano sinuose, ma nei volti della gente, dal primo all’ultimo, leggevo la contrizione e ne ero spaventato. Il quartiere non sopportava Meri, lei era un malevolo argomento preferito e non si poteva ridere o sorridere a quel dato di fatto; non si poteva nemmeno domandare il perché di un odio. Meri era usata come pericoloso spregiativo. Parole sconosciute e volgari s’infuocavano e si susseguivano indicandola come piaga e offesa per il calmo e onorato quartiere e i suoi abitanti. Parole utili come tutte le parole; alla fine dell’estate accadde l’inevitabile e di fronte a tutti. La gente era fuori a osservare impaziente. Parlavano con gli occhi e il brutto è che ridevano con ammiccamenti e gesti di assenso; affilati coltelli e dardi insanguinati. Meri scese calma e due uomini le stavano accanto. Aveva le gambe nude, dalla bocca serrata le cadevano briciole di pane o di biscotti. Tutte le donne, permalose e imbrattate d’inadeguata fierezza, trattenevano il fiato. Io notavo delle divise che mi spaventarono. Una macchina scura rumoreggiava impaziente in strada. Meri cominciò a ripetere parole del tipo, non posso, non voglio, frasi negative ma imploranti; a quel punto le donne iniziarono a parlare, a esprimersi con esclamativi tonanti. In quella folla vi era anche mia madre e per obbligo l’intero quartiere, anche le persone ammalate, anche i morenti. Meri aveva la faccia bianca come il latte, gli occhi chiari e i capelli biondi, era proprio come potevo immaginarmela. Era lei, la mia Meri, la mia ragazza, la mia pianista. Quando andò via, quelle quattro vie crepitanti di donne ricominciarono a confabulare di nuovo, avevano sempre parlato in malo modo di Meri e ora continuavano. Quel nero corteo alzava il tono della voce, soffocando e dividendosi nei larghi terrapieni sbriciolati. Il giorno dopo, il quartiere era più silenzioso che mai. Le donne come gli uomini se ne accorgevano e un pizzico di disagio si consumava dinanzi agli aloni del sole.