Un soldato di 90 anni - Stefano Mondino

Un soldato di 90 anni - Stefano Mondino

Stefano Mondino

Una canzone di Francesco De Gregori recita queste parole: “La Storia siamo noi, nessuno si senta offeso, nessuno si senta escluso…” Troppe volte abbiamo dimenticato che la Storia non è soltanto quella fatta dagli uomini illustri, o famosi. Dai grandi condottieri, dai capi di Stato, date, scoperte, battaglie. Se guardiamo con quest’ottica il passato, siamo sicuramente gente di cultura che conosce le gesta di chi ha dichiarato guerre, di chi ha salvato la propria Patria o unificato l’Italia, di chi ha scoperto nuovi mondi. Di imperatori, di re e regine, di chi ha messo fine ad una tirannia per poi crearne un’altra. Spiccano soltanto personaggi famosi a cui vengono intitolate strade, ricorrenze, festività ma dimentichiamo quello che pare un sottobosco di numeri, che non hanno nemmeno la dignità di un nome. Sono coloro che dietro le figure celebrate hanno dato il contributo fondamentale affinché la storia andasse avanti. Quel grande condottiero, quel maestoso re o imperatore non avrebbero potuto muovere un dito se non ci fossero stati uomini e donne che si sono sacrificati, che hanno combattuto, lottato, sparato, a volte anche senza saperne il perché. Quelli che noi chiamiamo eroi o tiranni hanno avuto modo di essere nei libri di scuola, nelle targhe sulle vie, nelle spiegazioni in aule universitarie, addirittura nelle parodie degli spot pubblicitari alla tv. Uomini che sacrificavano intere popolazioni nel nome della gloria, della giustizia o del potere. E poi capita di percorrere il vialetto ghiaioso di un cimitero e scorgere tante, troppe piccole croci a piantate nella terra nuda. Quasi ci si inciampa, per quanto sono diventate invisibili. Tutte identiche, se non per i nomi incisi sopra. Alcune ne sono prive, corpi ritrovati per caso o mutati dalla guerra, senza più qualcuno che possa posare sulla loro foto un mazzo di fiori e qualche lacrima. E poi un monumento a ricordare tutti quelli che non sono stati ritrovati, sepolti nella neve o nel fango o ancora in fondo al mare, un’icona di cemento e marmo a memoria del Milite Ignoto. Questo rimane, troppe volte, nelle nostre parole e in quelle dei più giovani. Una celebrazione spesso offuscata dall’ ossessionante quotidianità, tanto impegnati da non saper più ammirare questi ignoti eroi per quello che erano, prima di tutto. Persone come noi. Grazie ,per ciò che questi uomini e donne hanno fatto. Per la sofferenza e il sangue, per la fame e il freddo, per la paura e la speranza che come brace in fondo ad un camino rimaneva nascosta e tiepida, desiderosa di sbocciare in un nuovo fuoco di serenità. Grazie per aver lottato fino allo stremo delle forze, fino all’ultimo proiettile e fino all’ultima posizione conquistata. Ma grazie anche a chi non ha combattuto, chi ha avuto paura più di altri e ha pregato per loro, chi è rimasto nella sua casa a lottare con la fame e la disperazione. La storia non è una battaglia, nemmeno una conquista. Esse sono situazioni create per ottenere un risultato, di solito unilaterale. La storia è un’infanzia sofferta, una giovinezza perduta, una maturità trascorsa tra le bombe. E poi il ritorno, modesto come la partenza. Un matrimonio, un lavoro, i figli e quei ricordi indelebili che ti rincorrono e possono ucciderti se non si è di nuovo coraggiosi, tenerli al guinzaglio e sperare che la prossima notte non sia di nuovo densa d’incubi. La storia, per quegli uomini che vogliamo e dobbiamo celebrare, è stata amara. Hanno rinunciato ad una vita scarna e povera per combattere una Guerra assurda. Hanno guardato i nemici, vedendo sui loro volti la stessa paura che li accompagnava, giorno dopo giorno, mentre i grandi comandanti li muovevano come pedine di un’enorme scacchiera. Sono loro i veri eroi, gli umili che obbedivano a costo della vita e ci hanno donato tutto quello di cui godiamo oggi. Ed è vergogna lasciarli nella loro vecchiaia a ricordare da soli, senza dar loro la possibilità ,almeno, di raccontare. Bisogna sapere che da quelle tremule voci si può ascoltare la verità su chi siamo oggi e a scapito di chi. Non facciamo un favore a loro ad ascoltarli, diamo dignità a noi stessi, alla Patria che ricordiamo solo più quando gioca la Nazionale, alla bandiera, che sventola negli stadi e non il venticinque aprile nelle nostre mani. Questa è la storia di Stefano Mondino; un bambino, un soldato, un padre ed ora un nonno… Un eroe dimenticato ma che ha ancora la forza infinita della Parola per dare fiato all’ultima voce, alle ultime voci dei nostri soldati di novant’anni.